TU VO’ FA’ L’AMERICANA …

di Anna Maria Guideri


(Meloni, una romana in America)

Fin dai tempi di Albertone
che faceva lo spaccone,
sotto sotto ogni italiano
si sentiva americano.

Si sentiva un po’ cow boy,
tale e quale a quegli eroi
che sognavan la frontiera:
inseguiva una chimera.

Era un’impresa omerica
fare parte dell’ America:
si sentiva tutelato
nientemen che dalla NATO!

Mamma NATO lo allattava,
dolcemente lo cullava,
carri armati poi schierava
e la pace assicurava.

Poi cos’è cosa non è
tutto passa alfine, ahimè,
e al di fuor di ogni programma
lo abbandona la sua mamma!

E lo lascia in mezzo al guado
gnudo ed allo stato brado:
un crudele voltafaccia ….
con i dazi lo minaccia!

Or l’Italia è ripudiata
da una scelta insensata:
non si premia in verità
obbedienza e fedeltà.

Certo, era molto bello
della NATO il grande ombrello;
con la pioggia o con il vento
NATO era un paravento

E di fronte ad ogni dramma
c’era lei, la grande mamma!
Giorgia resta assai confusa
dalla mossa degli U.S.A.

e s’inventa mille diavoli
per salvare capra e cavoli.
Si dichiara europeista,
ma il suo cuore è trumpista …

Tergiversa come può …
e si chiede:” Ma ‘n do’ vo?”
È l’istinto primordiale,
Trump è l’attrazion fatale.

Alla Giorgia cosa resta?
Il richiam della foresta!
Se la mamma l’abbandona,
se la mamma non è buona …

Giorgia il fascio non tradisce
e alla fine obbedisce.
S’inginocchia e supplicando
or si piega al suo comando.

Trump non mi abbandonare,
io con te voglio restare,
fallo in nome di Benito,
il tuo sosia preferito!

Ma la mamma è assai crudele,
le risponde con il fiele:
Cosa vuoi tu piccoletta?
Levati di mezzo, ho fretta!”

La Meloni tanto grande
alla fin resta in mutande
e l’America e l’Europa
gliele danno con la scopa!

Anna Maria Guideri 26-03-2025


SON DAZZI AMARI

SEGNALAZIONI
Il mercante Trump: «O i dazi o la vita!» di Luca Serafini su Clarissa.it
FONTE Sinistrainrete
TITOLO E IMMAGINE REDAZIONALI

Sintesi del breve saggio di Luca Serafini “Il mercante Trump: «O i dazi o la vita!»”

Critica all’approccio di Trump sui dazi

Economisti e osservatori contestano la politica dei dazi di Donald Trump, affermando che si tratta di una tassa sulle importazioni che ricade sui consumatori. Si denuncia anche l’uso della dichiarazione di emergenza nazionale da parte di Trump come un abuso di potere.

Sfondo economico

Dietro le scelte di Trump si cela un problema profondo: il crescente deficit pubblico federale degli Stati Uniti. Questo deficit obbliga il governo a cercare compratori per titoli di Stato per miliardi di dollari ogni anno, imponendo tale necessità su altri paesi.

Strategia di intimidazione

Trump usa la minaccia dei dazi come una leva per costringere altri paesi a comprare debito americano, proponendo un’alternativa brutale: accettare di finanziare il debito americano in cambio della protezione militare degli Stati Uniti.

Piano economico di Trump

Un saggio di Stephen Miran consuelente ascoltato di Trump suggerisce un accordo (Mar-a-Lago Accord) per ripensare il sistema finanziario globale in cui gli alleati dovrebbero finanziare le “zone di sicurezza” americane comprando titoli di Stato a lungo termine. Queste zone sono presentate come un bene pubblico, e il non acquisto di titoli porterebbe a dazi che allontanerebbero i paesi dall’ombrello protettivo americano.

Ricatto duale su Europa

Gli europei sono messi di fronte alla necessità di finanziare il debito americano e di affrontare il costo della sicurezza in Ucraina, demandando così anche oneri di spesa per la difesa agli Stati Uniti.

Riferimenti storici

Serafini menziona precedenti storici simili, come l’approccio di Lyndon Johnson, dove gli Stati Uniti chiesero ai loro alleati di finanziare il loro deficit in cambio di protezione militare, stabilendo una connessione tra debito e difesa.

In conclusione

il saggio esplora come Trump stia utilizzando una strategia di ricatto per rafforzare la posizione economica e finanziaria degli Stati Uniti a spese degli alleati, proponendo un’analisi che esamina i movimenti strategici del presidente in un quadro più ampio di politica economica e relazioni internazionali.

LEGGI L’ARTICOLO

Grid America

IERI
Una stampa americana del 1876
Titolo
Riformatori democratici in cerca di una testa
Sommario
Una leggera parodia dei conflitti e della corruzione all’interno del Partito Democratico di New York. Nel 1876 il leader di Tammany “Honest John” Kelly usò il suo potere sui democratici di base per opporsi alla candidatura presidenziale del governatore di New York Samuel Tilden alla convention nazionale di St. Louis. Qui un’impenetrabile nuvola di fumo è stata sollevata da una mischia tra le fazioni. I democratici di Tammany (a sinistra) e i tildeniti (a destra) della classe operaia sono identificati dalle scarpe sotto e dalle armi sopra. I primi indossano pesanti scarpe da lavoro e stivali da pompiere e brandiscono mazze, bottiglie e mobili rotti. I Tildeniti, al contrario, indossano scarpe più sottili e sono armati di ombrelli, bastoni e pistole. La “Legge” è calpestata dai piedi di Tammany, un’allusione alla corruzione associata al controllo della società sul governo di New York. Uno dei piedi dei signori calpesta le “Regole dell’Ordine”. A terra ci sono anche dadi, carte, una bottiglia di liquore e una bottiglia di inchiostro versata.
Deposito
Biblioteca del Congresso Divisione Stampe e Fotografie Washington, D.C. 20540 USA http://hdl.loc.gov/loc.pnp/pp.print
OGGI
Il discorso di Bernie Sanders al senato degli Stati Uniti.

Discorso di Bernie Sanders al senato degli Stati Uniti

Siamo in tanti a non volere un mondo come il loro.
“Non mi capita spesso di ringraziare Elon Musk, ma ha fatto un lavoro eccezionale nel dimostrare un punto che sosteniamo da anni: viviamo in una società oligarchica in cui i miliardari non solo dominano la politica e le informazioni che consumiamo, ma anche il nostro governo e le nostre vite economiche.
E oggi questo è più evidente che mai. Ma dato il clamore e l’attenzione che il signor Musk sta ricevendo nelle ultime settimane mentre smantella illegalmente e incostituzionalmente le agenzie governative, mi sembra il momento giusto per porre una domanda che i media e la maggior parte dei politici evitano: cosa vogliono davvero lui e gli altri multimiliardari? Qual è il loro obiettivo finale?


A mio avviso, ciò per cui Musk e chi gli sta attorno stanno lottando con tanta aggressività non è qualcosa di nuovo, né di complesso. È ciò che le classi dominanti hanno sempre desiderato e creduto fosse loro di diritto: più potere, più controllo, più ricchezza. E non vogliono che le persone comuni e la democrazia intralcino il loro cammino.
Elon Musk e i suoi colleghi oligarchi vedono il governo e le leggi semplicemente come ostacoli ai loro interessi e a ciò che ritengono di meritare.

Leggi tutto “Grid America”

Come si costruisce la bolla

FONTE Facebook Alessandro Volpi 12-3-25

Come si costruisce la bolla. Per finanziare il piano ReArm Europe Enrico Letta ha proposto di creare – naturalmente ad opera dei grandi fondi – un “prodotto finanziario accessibile al risparmio retail e “fiscalmente incentivato”. Una ipotesi non troppo dissimile è stata espressa dal ministro Giorgetti, incontrando il favore di vari governi europei: in altre parole i titoli delle società che producono armi, in particolare quelle europee, dovrebbero essere le destinatarie dei risparmiatori, anche di quelli piccoli, che beneficeranno di sgravi fiscali e di rendimenti sicuri. Naturalmente gli sgravi fiscali peseranno sui conti pubblici e magari penalizzeranno quelli stessi risparmiatori sul versante della copertura sanitaria e pensionistica, per le quali dunque dovranno nuovamente ricorrere a polizze private, magari di nuovo premiate fiscalmente, in una continua erosione del gettito tributario. Per rendere questi titoli armati più attrattivi, l’Unione Europa ha deciso di rispondere ai pesanti dazi Usa sull’alluminio e sull’acciaio, già attivi con un’aliquota del 25%, non subito, come hanno fatto i cinesi, ma da aprile, mostrando così la debolezza della propria replica destinata a scoraggiare impieghi del risparmio diversi dagli armamenti. In altre parole, la debolezza della difesa degli altri settori produttivi facilita la “monocultura” delle armi, che si struttura prima di tutto in termini finanziari. Si scrive riarmo, ma si legge privatizzazione finanziarizzata.

Alessandro Volpi, 12-3-25

NOTA

Alessandro Volpi docente a Scienze Politiche della Università di Pisa e autore di numerosi saggi sulla politica economica tra cui:

–Storia del debito pubblico in Italia. Dall’Unità a oggi, con Leonida Tedoldi, Laterza Editore, 2021. Pisa, Pisa University Press, 2022.
–Crisi energetica: le ragioni di un’emergenza, Viareggio, La Vela, 2022.
–Prezzi alle stelle. Non è inflazione, è speculazione Gius. Laterza & Figli spa, Tempi nuovi, 2023
–Padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia, Roma-Bari, Laterza, 2024
–L’America secondo Trump. Prospettive economiche e scenari globali La Vela (Viareggio), 2024
–Note di storia sindacale. Una traccia di lettura Pisa University Press, 2025

VEDI Alessandro Volpi – Wikipedia

CESSATE IL FUOCO IN UCRAINA?

FONTE Facebook Daniele Dell’Orco 11-3-26

Al termine del vertice di Gedda di oggi tra delegazioni di Stati Uniti e Ucraina, Kiev ha accettato la proposta statunitense di un cessate il fuoco di 30 giorni nella zona di conflitto. In cambio, gli Stati Uniti hanno accettato di riprendere la condivisione di informazioni di intelligence e la fornitura di aiuti militari all’Ucraina.
Washington e Kiev hanno concordato inoltre l’elaborazione di un accordo per lo sviluppo delle risorse minerarie ucraine, al fine di “espandere l’economia dell’Ucraina” e “compensare il costo dell’assistenza americana”. Le parti hanno concordato di “nominare le loro squadre di negoziatori” e di iniziare i negoziati “verso una pace duratura”.
Kiev ha infine insistito affinché vengano inclusi di “partner europei” nel processo di pace.
Ora la palla passa alla Russia, che dovrà accettare o rifiutare il cessate il fuoco.
Donald Trump e Vladimir Putin discuteranno di questa eventualità VENERDÌ.
Ora, se da un lato l’incontro di Gedda rappresenta la fine dell’epopea di Volodymyr Zelensky come irriducibile leader capace di andare a dettar legge alla Casa Bianca, allorché l’Ucraina è scesa a patti com gli Stati Uniti accettando condizioni forse peggiori a quelle sul tavolo nel momento in cui Zelensky disse a Vance “di quale diplomazia parli, JD”, il fatto che Kiev abbia accettato il cessate il fuoco chiarisce anche una volta per tutte due cose:
1) Che senza gli Usa l’Ucraina sa di essere finita;
2) Che chi accetta per primo un cessate il fuoco è anche quello che ammette implicitamente le proprie difficoltà.
Cosa farà Putin?
Senza più i territori del Kursk da offrire come contropartita e con la possibilità di avanzare ancora nel Donbass, la Russia NON ACCETTERÀ una sorta di Minsk-3 e stilerà direttamente le proprie condizioni per l’inizio dei negoziati veri e propri:
1) Zelensky presto o tardi sarà sostituito da Ruslan Stefancuk, capo della Verkhovna Rada e attualmente l’unico in grado di firmare un accordo di pace Costituzione alla mano, previa la successiva approvazione del Parlamento. Anche perché per le concessioni territoriali inevitabili e le stesse trattative di pace la Costituzione che ad oggi impedisce tutto ciò deve essere cambiata. Dopodiché l’Ucraina andrà ad elezioni;
2) La nuova leadership politica ucraina, quale che sia, non dovrà ricomprendere elementi che derivano dai partiti cosiddetti “nazisti” come li chiama Mosca e dovranno certamente essere allentate le maglie delle restrizioni all’uso della lingua russa, alla “cancel culture” russofoba e a qualsiasi provvedimento di Stato che possa essere considerato veicolo di antirussismo;
3) Le regioni di Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzia verranno concesse alla Russia che le ha annesse, COMPRESI i centri urbani e decisionali (i capoluoghi di Kherson e Zaporizhzia) attualmente sotto controllo ucraino. La Crimea non è nemmeno sul piatto;
4) L’Ucraina non dovrà aderire alla Nato e il suo esercito privato delle possibilità di colpire il territorio russo se non addirittura smilitarizzato del tutto. Resta da capire che ruolo svolgeranno gli eserciti europei nella fase post-bellica e chi verrà eventualmente accettato come contingente di mantenimento della pace.
Queste condizioni di partenza, se ottenute in toto, rappresenterebbero per la Russia una vittoria quasi totale. Logicamente i russi potrebbero aver interesse a raggiungere qualche compromesso in cambio, ad esempio, di affari d’oro con gli americani.
Vale la pena di notare che per la Russia l’adesione dell’Ucraina all’Unione europea non è mai stata inaccettabile.
Tuttavia, anche per l’adesione all’Unione, a parte il rispetto dei famosi “criteri” che a Kiev verrebbero concessi d’ufficio, non devono esserci pendenze che riguardano conflitti in corso o zone contese (ecco perché Serbia e Kosovo, ad esempio, non possono entrare).
Sarà dunque necessario che anche Bruxelles se vuole far aderire l’Ucraina accetti la sua nuova realtà territoriale “ridotta”.

Daniele Dell’Orco, 11-3-25

Quando c’erano i putiniani

FONTE Facebook Cinzia Zanfini Nuovo 10-3-25
Ci propone l’articolo di Nico Piro
TITOLO REDAZIONALE

E leggetelo Nico Piro!
(inviato speciale del Tg3)

“(…) L’Ucraina era in una posizione migliore (con molta meno distruzione e caduti) nella primavera del 2022, quando si poteva chiudere un accordo di pace con la Russia che venne sacrificato nel braciere dell’illusione della vittoria. Illusioni come quelle – guarda caso nessuno le cita più dopo averle spacciate per certezze – di un’implosione dell’economia russa, di una rivolta degli oligarchi, di una malattia fatale per Putin.
Come se non bastasse, l’Ucraina oggi si trova messa alle strette dall’alleato da cui dipende di più, gli Stati Uniti, che la escludono dalle trattative di pace e la vogliono come terreno di conquista economica. Sin dall’inizio del conflitto si è detto che con Putin non si poteva trattare perché inaffidabile, oggi l’Ucraina si aggiunge a Iran e Afghanistan, nel novero (più recente) di Paesi che si sono fidati degli Usa per ritrovarsi poi le carte cambiate in tavola.
“Abbiamo fatto quello che avete chiesto voi bellicisti. E ora?”. In un Paese normale giornali e tv dovrebbero avere come ospiti fissi chi la follia di questa guerra ha denunciato, magari con il titolo “Ve l’avevamo detto”. Qualcuno dovrebbe scusarsi con loro: quelli che hanno bramato guerra su giornali e in tv, che li hanno bollati come putiniani, pacifinti e disinformatori, con tanto di foto sulla prima pagina del primo quotidiano nazionale.
Dovrebbero chiedere scusa almeno alle centinaia di migliaia di caduti che con la loro propaganda hanno contribuito a mandare in trincea. Non sta accadendo: gli opinionisti con l’elmetto sostengono non che la guerra sia stata una scelta sbagliata ma che non abbiamo mosso abbastanza guerra e che quindi oggi ci vuole più guerra per raddrizzare una guerra fallita. Uno scioglilingua imbarazzante.
L’accordo di pace che Trump chiuderà con Putin non promette nulla di buono per l’Ucraina, del resto l’abbiamo visto in Afghanistan quando gli Usa trattarono direttamente con i talebani, escludendo il governo afghano, inserendo nell’accordo clausole che avrebbero portato all’implosione dell’esercito nazionale e alla vittoria degli studenti coranici. In quanto agli effetti globali, si scolpisce un ordine mondiale basato su accordi legittimati solo dalla forza e dalla potenza economica. Il bellicismo di Putin che incontra il bullismo di Trump, un mondo che torna indietro alla deterrenza stile Guerra fredda al posto di proiettarsi verso la pace globale.
Sul nostro fronte domestico, poi, restano enormi danni. La parola “pace” è stata demonizzata, il pluralismo nei media ha finito di sgretolarsi, è stata avviata una paurosa corsa al riarmo che sposterà fondi da voci di spesa già sgarrupate come scuola, sanità, trasporti, servizi sociali. Sempre più si diffonde la “cultura” militare anche nelle classi. L’industria bellica è destinata a espandersi aumentando il ricatto dignità-lavoro (simbolico il caso RWM in un Sulcis in miseria). Il cortocircuito forse più grave sta però nel rapporto pace e politica. A livello globale, i progressisti dopo popolo e libertà, si sono fatti scippare dai sovranisti anche la parola pace.
In Italia solo due partiti (M5S e AVS) hanno convintamente preso posizione contro la guerra, il PD negli ultimi tempi ha corretto (non abbastanza) la rotta nonostante la sua base (quella zittita da Riotta alla festa nazionale dell’Unità) sia in stragrande maggioranza per la pace. Il movimento pacifista ha dato grandi segni di vitalità organizzando, senza soldi e con tanta buona volontà, incontri ed eventi sotto ogni campanile, mettendo insieme un arcobaleno (non un arlecchino) di culture, ma non è riuscito a incidere nelle sedi dove si fanno leggi e decreti. La politica perde partecipazione, come dimostra l’allarmante astensione, i movimenti che invece la esercitano non hanno voce né sui media (chiusi nel quadrilatero dei palazzi del potere romani) né nelle stanze della politica. Su questo va fatta una riflessione critica, non basta dire solo “ve l’avevamo detto”. Si riparta dalla solidità di quelle ragioni a cui papa Francesco ha dato sempre voce, ma lo si faccia con una contro-narrazione più forte, ingaggiando la politica su provvedimenti concreti e sfidando i media a dare voce al popolo, non alle élite.
Il peggio deve ancora venire: uno stato di guerra permanente, in una società dal pensiero militarizzato che odia e sanziona il conflitto sociale e politico, quindi il pluralismo e la democrazia. Ma forse siamo ancora in tempo.

MAMMA LI RUSSI

FONTE Facebook Libero Rossi 8-3-25
TITOLO REDAZIONALE

Stanno arrivando: perché farsi trovare impreparati, quando i russi marceranno a San Pietro, a Champs Elysee e a Trafalgar Square? Meglio portarsi avanti con la lingua, no? Prima ci hanno detto che il sequestro degli yacht e dei conti correnti avrebbero costretto gli oligarchi russi ad elemosinare, poi Mosca doveva essere ridotta alla fame senza vendere più un goccio di petrolio o di gas liquido alla superpotenza europea. L’ Armata rossa doveva finire allo sbando sotto gli attacchi ukro-occidentali, mentre Bruxelles ci aveva garantito che 15 o 16 pacchetti di tremende sanzioni avrebbero ridotta in miseria tutta la Federazione Russa. Ora si scopre con soggetti illuminati come Macron che, a differenza di Napoleone e di Hitler, questa volta sarebbe Putin a muoversi in direzione opposta. Se così sarà, allora, è meglio prendere dimestichezza con la lingua che sarà correntemente parlata dagli invasori già umiliati ed isolati dalla vera civiltà.

Libero Rossi 8-3-25

8 MARZO

FONTE Facebook Cinzia Zanfini Nuovo 8-3-25

Il primo che dice o scrive “Festa della donna” si prende una testata. Adesso ripetete con me:
Giornata internazionale della donna
Giornata internazionale della donna
Giornata internazionale della donna
Giornata internazionale della donna
Giornata internazionale della donna
#8marzo

Cinzia Zanfini Nuovo 8-3-25

Brain Storming all’UE

La “Teoria del Cavallo Morto”
FONTE Facebook Mario Tognocchi 4-3-25
TITOLO REDAZIONALE

Vertice euroatlantico a Londra

Si è tenuto a Londra il vertice di una quindicina di leader europei per affrontare il problema che la ritirata di Trump dalla guerra di Ucraina pone alla sicurezza europea.
Il timore è che la Russia possa invadere l’Europa, cosa assurda ma a quanto pare messa come postulato sul tavolo della discussione.
Quindi si è parlato di come continuare senza gli americani e tenere in vita un governo come quello di Zelensky già dato per spacciato in mondovisione dal nuovo sceriffo Donald Trump.
Il meeting ha ricalcato il modello del “Cavallo Morto”.

La Teoria del Cavallo Morto

La “Teoria del Cavallo Morto” è una metafora satirica che riflette come alcune persone, istituzioni o nazioni affrontino problemi evidenti che sono impossibili da risolvere, ma invece di accettare la realtà, si aggrappano a giustificarli.
L’idea centrale è chiara: se scopri che stai cavalcando un cavallo morto, la cosa più sensata è scendere e lasciarlo.
Tuttavia, nella pratica, spesso succede il contrario. Invece di abbandonare il cavallo morto, si prendono misure come:

• Acquista una nuova sella per il cavallo.
• Migliorare l’alimentazione del cavallo, anche se è morto.
• Cambiare il cavaliere invece di affrontare il vero problema.
• Licenziare il responsabile dei cavalli e assumere qualcuno nuovo, sperando in un risultato diverso.
• Organizzare incontri per discutere come aumentare la velocità del cavallo morto.
• Creare comitati o squadre di lavoro per analizzare il problema del cavallo morto da ogni angolazione. Questi comitati lavorano per mesi, compilano rapporti e alla fine concludono l’ovvio: il cavallo è morto.
• Giustificare gli sforzi confrontando il cavallo con altri cavalli morti simili, concludendo che il problema è stato una mancanza di allenamento.
• Proporre corsi di formazione per il cavallo, il che significa aumentare il budget.
• Ridefinire il concetto di “morto” per convincersi che il cavallo ha ancora delle possibilità.

Lezione imparata:
Questa teoria mette in evidenza come molte persone e organizzazioni preferiscano negare la realtà e sprecare tempo, risorse e sforzi in soluzioni inutili, piuttosto che accettare il problema fin dall’inizio e prendere decisioni più intelligenti ed efficaci.

Deduzione

Vedo la tempesta ma non vedo il cervello

Guerrieri d’Europa e sinistrati d’Italia

FONTE Facebook Marco Arturi 5-3-25
SERIE . OPINIONI E DISCUSSIONI
TITOLO REDAZIONALE
IMMAGINE. Antonio Scurati, foto scelta dall’autore del post

Stupenda la chiamata alle armi scritta da Scurati e pubblicata stamattina, ça va sans dire, dall’organo ufficiale del sinistratismo e del bellicismo italiani. Il capolavoro in questione si intitola “Dove sono ormai i guerrieri d’Europa?” e si basa su una tesi che, sintetizzando, è la seguente: dopo la seconda guerra mondiale noi europei siamo stati bravi a costruire un continente di pace e di solidarietà però siamo diventati degli imbelli (nel senso di inadatti alla guerra); è ora di ricordarci chi siamo stati da Maratona fino al Piave (testuale) e di riappropriarci di una volontà bellica. Del resto, chiude il sommo Scurati, la Resistenza antifascista ci ha insegnato proprio questo: che la guerra va ripudiata ma che a volte per costruire la pace bisogna combatterla.
Sipario, applausi.
Solo che, caro Scurati, cara Repubblica, cari sinistrati, cari compagni trasfigurati tutti:
1) Questo aggrapparsi alla Resistenza antifascista per giustificare la propria ansia belligerante non sta in piedi storicamente e soprattutto è profondamente disonesto. Perché sappiamo che la Resistenza è nata e ha combattuto in un paese nel quale, come dice la canzone che tanto vi piace, c’era l’invasor. Mentre nell’Italia di oggi non c’è nessun invasore salvo che in potenza e nelle vostre teste;
2) L’invasor sta in Ucraina, e nessuno vi proibisce di andare lì come le brigate internazionali in Spagna nel ’36. La verità è che sapete che combattere per quel pupazzo di Zelensky e fianco a fianco con i suoi amichetti del battaglione Nazov non è proprio la stessa cosa che arruolarsi nella colonna Buenaventura Durruti. E comunque di tutti questi cantori della guerra ne avessi visto uno e dico uno partire per il fronte;
3) La certezza che Putin si appresti a invadere l’Europa poteva trovare asilo solo, appunto, nelle vostre teste. Se vi foste dati il disturbo di leggere qualcosa di diverso da Repubblica sapreste che la Russia non ha alcun interesse strategico a mettere in atto un’operazione simile e soprattutto che, anche volendo, non ne avrebbe la possibilità. Questione di uomini, di mezzi e di molto altro. Questo chiaramente per quanto riguarda un’invasione: perché di testate nucleari da lanciare su tutto il continente ne ha eccome, e magari se continuiamo a provocare ci fa un pensierino;
4) Tirate in ballo la Costituzione ma dell’Articolo 11 vi siete completamente dimenticati. Mettetevi d’accordo con i vostri amici Giorgia e Matteo e abrogatelo, così la facciamo finita;
5) Scurati con un bel giochino di parole ci ricorda il fatto che dopo la guerra l’Europa ha dirottato le proprie risorse dal “warfare” al welfare e che sarebbe ora di ripensarci. Detto fatto, Von der Leyen ci ha già pensato 800 miliardi di volte. Ma nessuno – né Scurati, né la VdL né alcun sinistrato – ci spiega che fine abbia fatto quell’austerity che per anni è stata la stella polare di tutte le politiche comunitarie e nel nome della quale si sono compiuti massacri sociali devastanti. Ma come ve la spiegate questa, cari democratici europeisti? I vincoli di bilancio per le scuole e gli ospedali sì e per le bombe no? Ma davvero non vi sorge un dubbio riguardo ai vostri ragionamenti?
5 e infine) Di essere diventati imbelli dovremmo andare fieri; di essere diventati imbecilli un po’ meno. Perché che nessuno trovi da ridire sul fatto che Von der Leyen abbia deciso che lo stanziamento di 800 miliardi non verrà votato dal Parlamento europeo è, semplicemente, incredibile.
Perché egregi signori, è allucinante che non vi rendiate conto del fatto che da queste parti della democrazia che tanto amiamo (amate) sbandierare non c’è più traccia da un pezzo. Ma conosco la vostra risposta: di fronte a questioni di interesse superiore non c’è tempo per certi orpelli.
Più o meno la stessa che a suo tempo, e questo Scurati dovrebbe saperlo bene, uscì dalla bocca di Benito Mussolini e di ogni bravo fascista. Gente che di guerra, come voi, non vedeva l’ora.

Marco Arturi, Facebook 5-3-25