by Strippini

L’essenzialità natalizia dello Strippini
by Strippini
1 – C’è da ammirare il fascismo perché ce la mette proprio tutta per non farsi dimenticare!
2 – Meloni: Come fo a dare la caccia agli evasori fiscali se mi hanno votato? Mi darei le martellate sui coglioni! Meglio dare le martellate ai coglioni che le tasse le pagano!
3 – Meloni non subisce il maschilismo … No, però lo fa subire!
4 – Per gli ultimi della terra vivere è una colpa e morire è una liberazione … per chi resta!
5 – Flat tax e non solo. Equo vuol dire giusto; uguale vuol dire indifferenziato … a volte anche indifferente.
6 – Il numero dei canali televisivi è inversamente proporzionale al numero dei programmi che vale la pena di vedere.
7 – Elogio dell’imperfezione. E’ più facile che esista una dittatura perfetta che una democrazia perfetta.
8 – Fanatismo. Se i fanatici amassero davvero le proprie idee, non si darebbero tanto da fare per farle fallire.
9 – PD e M5S: marciare divisi per non colpire gli uniti!
10 –Politichese: non si cerca altro che di essere fraintesi!
11 – Nessuna equidistanza. Si può essere super partes riguardo ai partiti ed essere molto di parte riguardo alle idee
12 – Nel nuovo Ministero dell’Istruzione e del Merito , il governo del merito non può vantare alcun merito.
13 – Legge di Bilancio del governo Meloni: ai poveri? A nessuno il suo!
14 – Destra: concepire il potere come forza contro qualcuno anziché contro qualcosa.
15 – Le correnti dentro il PD: eppur si muove!
16 – Perché i partiti della sinistra non riescono ad unirsi? Perché le idee simili uniscono, ma le ambizioni simili dividono!
17 – Paradossi. Chi sono gli avversari dei sovranisti per la redistribuzione dei migranti? I sovranisti!
18 – Razzismo. L’altro prima di essere umano è un diverso? No, proprio perché è diverso non è umano.
19 – Pubblicità: stalking per gli acquisti.
20 – Problemi di ciclo. Migranti: è difficile avere un flusso regolare.
21 – PD 1: vincere per perdersi o perdere per ritrovarsi?
PD 2: vincere per perdersi o perdere per perdersi? La seconda che hai detto!
22 – Bisogna andare oltre il PD… ma bisogna che ci sia il Pd!
23 – Tutti contro il PD. Non sparate sulla croce rosa! E non ci sono errori di ortografia!
24 – Meloni ai migranti: botte da Orban!
25 – Europa, accoglienza e condivisione : Bisogna accogliere i migranti …affinché possano condividere con noi le idee … sull’immigrazione!
26 – Presente storico. Il fascismo non può tornare com’era … infatti è tornato com’è.
27 – Questione di merito. Ce lo siamo meritato il governo della destra!
28 – Sempre meno B. L’irresistibile discesa di Silvio BURLESCONI.
29 – Puoi cambiar nome e vestito, dici Giorgia, ma è Benito!
Anna Maria Guideri, 04-12-2022
ignoto (da facebook)
“Semu soru
macari su distanti.
U munnu dici
ca semu paradisi
A genti veni
po mari, pe biddizzi
po mangiari.
Semu soru
da stissa mattri.
Ma cu frati trarituri.
A vogghia do possessu
disruggi ogni cosa
ca fa di nuatri
terri fertili, coltivazioni,
pastorizia.
E no ci vabbeni a sti frati.
Ma non su frati
Nfrati ti voli bbeni
ti proteggi
no ti risruggi.
Sardinia soru mia
mi chianci u cori
a viriri a to sofferenza
ca nuddu femma.
E penso a quantu voti
a chianciutu tu
quannu la sofferenza
l’anu inflitta ammia.
Forza Sardegna! Ajò!
Cu lu cori a Trinacria è cu tia.
KK”
——————
Traduzione:
Siamo sorelle anche se distanti
Il mondo dice che siamo paradisi
La gente viene per il mare, per le bellezze, per il mangiare.
Siamo sorelle della stessa madre ma con un fratello traditore con la voglia di possesso.
Distrugge ogni cosa che fa di noi terre fertili, coltivazioni, pastorizia e non ci va bene a questi fratelli.
Ma non sono fratelli… un fratello ti vuole bene, ti protegge e non ti distrugge.
Sardegna sorella mia, mi piange il cuore a vedere la tua sofferenza che nessuno ferma.
E penso a quante volte la sofferenza l’hanno inflitta a me..
Forza Sardegna!
Dai!
Con il cuore la Trinacria è con te
e a capodanno estinguo il mutuo
quasi Dante
Per la guerra Russo-Ucraina il Parlamento europeo dichiara la Russia “stato terrorista”. Gli Usa, che hanno preparato incentivato e sostenuto la guerra e che da questa sono gli unici a trarre benefici, non l’hanno fatto.
Con il prolungarsi del conflitto aumenta il rischio di una guerra nucleare. La maggior parte dei paesi getta acqua sul fuoco, la vecchia Europa preferisce gettare benzina, anche se gliene rimane davvero poca.
di Fabrizio Marchi da Sinistrainrete
Il Parlamento europeo ha votato una risoluzione che riconosce “la Russia come stato terrorista”. La risoluzione è stata approvata a larghissima maggioranza (494 voti favorevoli, 58 contrari e 44 astensioni)
E’ evidente che siamo in una fase storica dominata dalla irrazionalità e dalla irragionevolezza. Verrebbe spontaneo chiedersi – se tanto mi dà tanto – come dovrebbero allora essere definiti stati come la Turchia, l’Arabia Saudita e Israele che praticano terrorismo sistematico contro i popoli curdo, yemenita e palestinese. Ma anche gli stessi Stati Uniti che hanno organizzato in tutto il mondo colpi di stato che hanno rovesciato legittimi governi democraticamente eletti, instaurato dittature, finanziato organizzazioni terroriste, bombardato indiscriminatamente civili con armi chimiche, organizzato centri di addestramento per torturatori di tutto il mondo. L’elenco degli stati terroristi potrebbe essere molto lungo.
Il paradosso (apparente) è che gli stessi Stati Uniti stanno andando cauti rispetto a questa dichiarazione. L’ambasciatrice generale degli USA per la giustizia penale internazionale, Beth Van Shack, ha infatti dichiarato che “la nostra legislazione dà una definizione leggermente diversa da quella europea. Ad essere onesti, la Russia semplicemente non rientra nella definizione di uno stato sponsor del terrorismo”.
Casuale? Non credo, forse un gioco delle parti, per la serie “facciamo abbaiare i cani, e noi ci teniamo aperto uno spiraglio diplomatico”.
La UE non esiste come entità politica, ormai dovrebbe essere evidente anche agli occhi dei più ingenui. La pochezza e Il servilismo della sua classe dirigente (un ceto di burocrati e tecnocrati privi di ogni autonomia e dignità politica) ha pochi precedenti nella storia europea.
Ci tocca rimpiangere il generale De Gaulle. Non sarebbe mai arrivato a tanto…
Fabrizio Marchi è anche l’autore di: Contromano. Critica dell’ideologia politicamente corretta / Fabrizio Marchi. Zambon Editore, 2018 EAN 9788898582686
Alla facoltà di medicina, il professore si rivolge ad uno studente e gli chiede:
– “Quanti reni abbiamo?”
– “Quattro!”, risponde lo studente.
– “Quattro?”, replicò il professore, arrogante; di quelli che provano piacere nel calpestare gli errori degli altri.
– “Portate un po’ d’erba, perché abbiamo un asino in sala”, ordinò il professore al suo assistente.
– “E per me un caffè!”, replicò lo studente all’assistente del maestro.
Il professore si arrabbiò a tal punto che espulse l’alunno dall’aula.
Lo studente era, l’umorista Aparicio Torelly Aporelly (1895-1971), noto come il ′′ Barone de ltararé “.
All’uscita dall’aula, ancora lo studente ebbe l’audacia di correggere il furioso professore: “Mi ha chiesto quanti reni abbiamo? ‘Abbiamo’ quattro reni: due miei e due suoi.
“Abbiamo” è un’espressione usata per il plurale. Buon appetito e si goda l’erba”.
La vita richiede molta più cultura e capacità di ragionare che conoscenza.
Non serve a nulla una laurea se non sai parlare e ragionare, specialmente se pretendi di insegnare!
Sentimenti Moderni
Gino Benvenuti
un racconto su temi attuali contenuto in Anni cruciali di Gino Benvenuti ed. Punto Rosso, 2021
Circa dieci giorni prima della data di inizio delle Olimpiadi di Città del Messico 1968, che si dimostrarono le più discusse della storia, avvenne un massacro perpetrato dalle forze dell’ordine e militari su comando del governo. Nei mesi precedenti si erano creati momenti di tensioni per le richieste degli studenti che chiedevano impegni precisi nell’ambito delle riforme economico-sociali per la lotta alla povertà, all’analfabetismo ontestando l’uso politico delle olimpiadi stesse. Il 2 Ottobre una decina di migliaia di studenti indissero una manifestazione di protesta, per denunciare il clima repressivo, che aveva portato anche all’occupazione militare dell’Università statale a seguito degli scontri iniziati nella zona di Piazza delle tre Culture.
L’intento dei manifestanti fu pacifico, in quanto uno dei leader del movimento studentesco, nel suo intervento, dichiarò la volontà di non attaccare nessuno e propose uno sciopero della fame fino alla fine delle Olimpiadi.
A questo chiaro intendimento pacifista, la polizia ed i militari, sotto il comando del ministro degli interni, risposero con l’invio di carri armati, mezzi blindati chiudendo di fatto le vie d’accesso alla piazza e successivamente iniziarono a sparare all’impazzata sulla folla con le jeep munite di mitragliatrici, ed anche dagli elicotteri come attestò il ferimento della giornalista Fallaci inviata speciale di un rotocalco italiano, che seguiva l’evolversi della situazione da un terrazzo; fu una carneficina nella quale circa 200/300 studenti vennero uccisi e diverse centinaia rimasero feriti.
L’impatto che ebbe nel mondo, questo evento nefasto, fu enorme e si sovrappose alle polemiche già in atto da diversi mesi visto che il Movimento per i diritti civili, costituito da atleti neri per chiedere uguaglianza anche dentro lo sport, aveva avanzato delle richieste precise. Le polemiche si fecero roventi anche perché qualsiasi tentativo di un incontro, per parlare di una questione importantissima, come i diritti civili, non venne nemmeno preso in considerazione.
Le Olimpiadi potevano rischiare di vedere decimata la presenza di atleti di colore ed il boicottaggio sembrò essere un rischio concreto quando le richieste fatte dal movimento non vennero accolte; anzi il fatto grave, che si aggiunse alla terribile strage, fu il disinteresse del Cio, il Comitato olimpico internazionale, il cui presidente Avery Brundage si limitò ad assicurare che le Olimpiadi sono “una vera oasi in un mondo tormentato, e si svolgeranno regolarmente”.
Cosa chiedevano gli atleti di colore? Di avere in patria gli stessi diritti degli atleti bianchi ed a favore di ciò si era espresso Martin Luther King. Tra le richieste vi fu anche quella di restituire al pugile nero Muhammad Ali il titolo di campione dei pesi massimi annullato dopo il suo rifiuto di combattere in Vietnam e questo suo gesto contribuì a sostenere la causa degli atleti di colore.
Conclusa la finale dei 200 metri, che io vidi in differita, i due atleti di colore, Tommie Smith e John Carlos, si avviarono verso il podio per la premiazione insieme al velocista australiano arrivato secondo verso il podio. A me aveva colpito il fatto che i due atleti statunitensi avessero le scarpe in mano dietro la schiena e camminassero scalzi, ma soprattutto mi sembrò inspiegabile come il volto di Smith non fosse sorridente, nonostante avesse vinto la competizione più prestigiosa al mondo, abilendo il record del mondo, e si avviasse contrito alla premiazione.
Nel momento che iniziò l’inno degli Stati Uniti i due atleti di colore
abbassarono la testa, ed alzarono il pugno fasciato con un guanto nero (simbolo delle Pantere nere for Self Defense) in uno stadio ammutolito dopo le prime note. Colsi immediatamente il senso di questo gesto, però quando rividi successivamente le immagini, tenendo conto dei suggerimenti fatti dai commentatori sportivi, capii anche i riferimenti simbolici di spessore che essi avevano suggerito.
La testa bassa e scalzi richiamavano la povertà degli afroamericani.
Carlos indossò una collanina di pietre, come quelle con cui venivano
linciati i neri in America e si era avviato con la tuta aperta in violazione
del protocollo, che chiedeva espressamente di tenerla chiusa, in onore degli operai americani. Sul petto di tutti e tre gli atleti spiccava una spilla rappresentante gli atleti seriamente impegnati nella lotta contro la discriminazione razziale.
Le immagini di questa protesta fecero il giro del mondo e le conseguenze
di questo gesto eroico, che condensò in pochi attimi una ribellione ad una condizione di discriminazione, trasmesso a centinaia di milioni di persone, sortì l’effetto sperato rimanendo scolpito anche emotivamente nelle loro menti. Tutti e tre gli atleti premiati vennero immediatamente espulsi dal villaggio olimpico insieme ad altri, che condividevano gli ideali di questa lotta.
Tornati in patria, i due velocisti furono addirittura minacciati di morte e le persecuzioni riguardarono anche i loro familiari che vennero licenziati e subirono vessazioni in continuazione rendendo loro difficilissima la vita. Stessa situazione riguardò l’atleta australiano, che condivise le stesse richieste dei colleghi, a cui fu inibito di partecipare a manifestazioni sportive nonostante fosse in patria il migliore atleta della sua specialità; infatti fu escluso alle successive olimpiadi Monaco di Baviera. Tommie Smith come ebbi a leggere su un rotocalco alcuni mesi dopo ebbe a dire “In pista sono Tommie Smith, il più veloce del mondo. Ma una volta fuori torno ad essere solo un altro sporco nero”.
Invece a John Carlos, a cui piaceva cimentarsi nel nuoto, suo padre fu costretto a spiegargli il motivo per cui non poteva mandarlo in piscina dicendogli che “i neri non possono frequentare le piscine in cui si allenano i bianchi” tarpando il desiderio del figlio di diventare un grande nuotatore.
Tramite una competizione sportiva di alto livello, trasmessa per la prima volta in mondo-visione, una folla sterminata di persone ebbe modo di vedere quel gesto epocale e di riflettere dimostrando che, come ebbe a dire Mandela moltissimi anni dopo, “lo sport può creare speranza dove prima c’era solo disperazione. È più potente dei governi per abbattere le barriere del razzismo. Lo sport è capace di cambiare il mondo” .
Da FB Giovanni Bacciardi segnala
Da Il Corriere fiorentino del 24/11/2022 saccheggiamo
Franco Camarlinghi
«Il sonno della ragione genera mostri» è il titolo di una famosa acquaforte di Francisco Goya e quasi tutti una volta o l’altra l’hanno sentito dire. Nel pensare alla nuova querelle insorta sulle dichiarazioni di Eugenio Giani a proposito dell’archivio Alinari, viene da ricordarne una modifica, assai meno nota, ma quanto mai pertinente, inventata da qualcuno anni fa: «Il sonno della Regione genera mostre». Per essere breve: la Regione saggiamente acquistò l’archivio per difendere e valorizzare un patrimonio assolutamente identitario di Firenze e di conseguenza della Toscana, visto che di quest’ultima la città di Dante fa parte e ne dovrebbe essere la capitale. Come sempre succede: fra la tempestiva decisione dell’acquisto e una sistemazione efficace passa il tempo e qualcuno alla fine se ne ricorda se capita. Il versatile governatore se ne è ricordato cercando una soluzione per il rilancio di Montecatini e ha proposto di fare della fu città termale la città dei Fratelli Alinari. Alcuni, a cominciare dal sindaco Dario Nardella, hanno dichiarato il loro dissenso: gli Alinari fondarono la loro impresa, la prima al mondo per la fotografia a Firenze. Il loro erede Vittorio lasciò una traccia indelebile nella storia culturale fiorentina del ‘900. Tutto ciò è talmente attuale che, anche senza i clamori tipici degli inutili eventi coltivati dal pubblico e dal privato di questi tempi, proseguono gli studi e le ricerche su una vicenda storica così significativa come quella di cui parliamo.
Anche un noto cultore di tradizioni locali, quale è Giani, si deve essere accorto che non è tanto giustificabile portare via da Firenze qualcosa che, come poche altre, ne definisce un’identità moderna, o anche meglio contemporanea e che non ha niente a che vedere col provincialismo che spesso affligge le cosiddette città d’arte. Allora il nostro eroe fa un po’ marcia indietro e si limita a proporre di fare di Montecatini la città della fotografia in Toscana, utilizzando solo una parte dell’Archivio Alinari in maniera permanente e, finale ovvio, organizzando mostre. «Il sonno della Regione che genera mostre» appare quanto mai appropriato: qualcuno non si è accorto che a due passi, a Lucca, si tiene la biennale della fotografia con sempre maggiore successo? O che a Siena ha luogo un altro Festival dedicato alla fotografia di assoluto rilievo! Si capisce che i tempi sono difficili e che l’ipotesi presidenziale di utilizzare gli Alinari per una «Toscana diffusa» possa diventare più facilmente per una «Toscana confusa». Perdere il rapporto con l’origine di una vicenda culturale e anche economica, come è stata quella degli Alinari, non solo mortificherebbe una città sempre più ridotta alla monocultura turistica, ma diminuirebbe la stessa capacità di un patrimonio, inconfondibile, nel rappresentare un valore speciale agli occhi del mondo, di Firenze, della Toscana e dell’Italia. Un valore che in tante occasioni si è dimostrato appartenere alla sensibilità popolare: una per tutte fu la riscoperta dell’Archivio da parte dei fiorentini al Forte di Belvedere nel 1977. Chi c’era, come chi scrive, ricorda con commozione l’entusiasmo dei visitatori che nelle foto trovavano la chiave per capire la città e la loro stessa identità. Nell’Archivio c’è molto di più di quanto sopra e allora si cerchino soluzioni per rendere accessibile allo studio e alla ricerca tale ricchezza che non va dilapidata utilizzandola solo per un’uniformazione turistica o magari mettendola in un pacchetto per i tour operator: che poi sia per Montecatini o per Firenze non cambia molto.
Da La Nazione del 25/11/2022: continuiamo a saccheggiare
Giovanni Morandi
Sono anni che si parla di dare una sistemazione all’archivio Alinari, momentaneamente (da anni) accatastato in un capannone di Calenzano. C’è qualcuno disposto a scommettere che il problema sarà risolto in quindici giorni? Tanto è il tempo rimasto a disposizione da qui al 9 dicembre, che è la scadenza indilazionabile fissata dal tribunale. Il tempo passa e solo un anno fa si dava per certo che l’archivio, ovvero 5 milioni di foto lasciateci dai geniali fratelli, sarebbe stato sistemato a Villa Fabbricotti. Adesso si pensa di mandarlo a Montecatini dove ci sono gli ex stabilimenti termali desolatamente vuoti perché travolti da una crisi senza precedenti. L’idea è del governatore Giani il quale ricorda che è stata la Regione ad acquistarlo per 12 milioni ed è logico che spetti alla Regione sceglierne la destinazione. E in questi termini la questione più che sbagliata è mal posta, perché sa tanto di cummenda milanès che reclama di fare quel che vuole perché i danè sono suoi. La questione invece va posta in questo modo. Ha senso trasferire fuori Firenze un patrimonio che ha un suo particolare legame con la città, sia storico che artistico? In termini pratici la soluzione della Regione andrebbe bene perché risolverebbe la locazione dell’archivio e l’utilizzo dello stabilimento termale di Montecatini. E però è giusto chiedersi se le foto degli Alinari servirebbero davvero a risolvere i problemi di Montecatini e allo stesso tempo se Montecatini sarebbe la giusta soluzione per gli Alinari o soltanto un nuovo, ennesimo e temporaneo trasloco di scatole piene di foto. Davvero avrebbe la capacità di essere un credibile richiamo turistico? Sono domande a cui è difficile bastino due settimane per avere delle risposte. Così ci sono buone probabilità che anche l’archivio resti uno dei problemi che si rinviano da un anno all’altro. Abbiamo un tesoro della storia della fotografia e da anni ne parliamo come fosse un problema, non un’opportunità. L’Archivio Alinari è una sorta di Uffizi della fotografia, il più antico archivio fotografico del mondo e noi lo trattiamo come fosse un’ingombrante eredità, di cui avremmo voluto fare a meno. Siamo miopi e ingrati. In una precedente crisi, agli inizi del secolo scorso, per salvare questo archivio il cui futuro era stato compromesso dalla guerra, si mobilitarono gli aristocratici toscani con in testa il barone Ricasoli, l’erede di Bettino, e riuscirono nell’intento. Ma quelli erano altri tempi e altri uomini.
Giorgio van Straten (Presidente della Fondazione Alinari per la fotogradia
da La Repubblica del 25/11/2022 continuiamo il saccheggio
Credo sia giunto il momento di fare chiarezza su cosa sono oggi gli archivi Alinari, e dico oggi perché gli archivi, a differenza di quello che si può pensare, non sono realtà statiche, ma si evolvono, si allargano, si ridefiniscono.
Quella parte storica che è così strettamente collegata all’identità fiorentina (ma che costituisce un riferimento per la storia mondiale della fotografia) e che, come giustamente è stato detto, non può muoversi dalla città che l’ha vista nascere, l’immenso patrimonio di negativi su lastra di vetro, rappresenta con i suoi 250.000 pezzi solo il 5% dell’attuale complesso di archivi e fondi, che numericamente conta 5.000.000 di oggetti fra fotografie, libri, apparecchi fotografici e documenti.
L’ultima proprietà, quella della famiglia De Polo che ha posseduto gli archivi per quarant’anni, ha proceduto a numerose acquisizioni. Molte di queste sono strettamente connesse alla storia della fotografia delle origini e quindi inscindibili dal nucleo iniziale (per esempio la straordinaria collezione di dagherrotipi o quella degli album, il fondo von Gloeden e la bellissima biblioteca), ma altre parti rimandano a storie e identità completamente diverse.
Faccio due esempi. La Regione Toscana possiede (e la Fondazione Alinari per la Fotografia, che io presiedo, gestisce e valorizza) l’archivio Villani, 500.000 pezzi, comprati da un fallimento dello studio fotografico che ha rappresentato per buona parte del Novecento la fotografia a Bologna.
Claudio De Polo, dopo averlo acquisito e lasciato nel capoluogo emiliano per qualche anno, lo spostò a Firenze unicamente per ragioni di contenimento dei costi.
Oggi si è aperta una interlocuzione con la Regione Emilia-Romagna e la cineteca di Bologna per ristabilire un rapporto organico con la sua città di origine, condizione necessaria per poterlo valorizzare attraverso la digitalizzazione e la catalogazione. Dipendendo solo da noi dovrebbe aspettare decenni, perché le priorità del nostro lavoro si appuntano sui nuclei storici emaggiormente identitari degli archivi Alinari (approfitto dell’occasione per dire che, grazie ai fondi del Pnrr, insieme alla Regione Toscana digitalizzeremo e catalogheremo 150.000 lastre storiche degli archivi Alinari e Brogi).
Secondo esempio: l’archivio Team, un grande archivio di fotogiornalismo (circa 1.000.000 di foto fra negativi e positivi), relativo alla seconda metà del Novecento. Il fotogiornalismo è una branca specifica della fotografia, non collegata alla realtà Alinari che, nella sua attività, nonsi è mai posta il problema di fotografare eventi, ma luoghi, persone, beni culturali, in una dimensione artistica e antropologica, mai di cronaca. Il tema è di grande interesse e non mi scandalizza l’idea di collocare questo archivio in una località toscana come Montecatini, dove iniziare un’attività specifica, anche espositiva, sul fotogiornalismo, in dialogo con le esperienze contemporanee. Penso che sia una scelta che può essere fatta senza polemiche e contrapposizioni e senza eccessivi timori, perché, oltretutto, a vigilare c’è una soprintendenza archivistica competente e sollecita.
Riassumendo: la sede principale degli archivi, quella legata al patrimonio storico, e il Museo non possono trovare casa se non a Firenze, ma con altri fondi si può iniziare un lavoro di diffusione culturale che costituisce arricchimento e non perdita.
Piuttosto è necessario procedere speditamente alla predisposizione delle sedi fiorentine, perché, per quanto la digitalizzazione renda più facile l’accesso al patrimonio, l’immaterialità non può sostituire lo studio e la fruizione degli oggetti fisici: abbiamo bisogno di Villa Fabbricotti , che la Regione ha messo a disposizione per gli archivi e gli uffici della fondazione (si stanno facendo in questi mesi gli ultimi rilievi e sondaggi propedeutici alla progettazione esecutiva) e di Santa Maria Novella, dove, insieme al Comune di Firenze, abbiamo individuato gli spazi per la collocazione del Museo Alinari, sperando che, in questo ultimo caso, si possano trovare rapidamente le risorse per il ripristino dell’edificio e per il successivo allestimento museale.
L’autore è presidente della Fondazione Alinari per la fotografia